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CIAO BELLI (2025)

Pochi giorni fa mi sono imbattuto nella triste storia dei Whittakers, una famiglia americana i cui membri hanno avuto la geniale idea di accoppiarsi tra loro per più di cent’anni. La videointervista mostrava vari componenti di questa stirpe afflitta da gravi disabilità intellettive. Erano individui sorridenti e non sembravano aggressivi, ma nonostante questo ho provato un senso di disagio. Ho dovuto ammettere con imbarazzo a me stesso il motivo principale di questa sensazione: erano molto, ma molto brutti.


Nel frattempo, dentro di me, una voce ripeteva senza sosta il noto mantra: “l’aspetto esteriore non conta". 


La conosco bene, questa voce. Dissidente, ribelle, nata sognando un mondo diverso e migliore, affamata di giustizia, uguaglianza. Una voce che non vorrebbe mai che qualcuno dovesse soffrire per il semplice fatto di trovarsi una tacca sotto a chissà quale temporaneo standard estetico. Una voce che mi fa istintivamente dubitare di chi cura troppo il suo aspetto, quasi erodesse la sua interiorità a forza di cremine e flessioni. Come se vestiti sgargianti e trucco servissero a mascherare una patologica mostruosità interiore.


Negli anni però mi sono accorto della presenza di un’altra voce, di natura opposta: una silenziosa pilotatrice di azioni, guidata dalla spinta adattativa della sopravvivenza, che mi esorta ad accettare il mondo per come è, anche nei suoi aspetti più crudi. Uno slancio che mi trasforma in un individuo performante secondo i canoni sociali, forse a volte un po’ cinico. Questa parte di me è convinta che nella società esista una grande gerarchia nascosta sotto la luce del sole: quella dei belli. E che, nel contesto in cui viviamo, essere belli significhi — agli occhi degli altri — essere sani e vincenti.


Sento ancora la voce di mia madre in testa: “vestiti bene, straccione!”. In effetti il mio stile era un’orribile mistura degna della famiglia Whittaker: scarpe logore, pantaloni larghi con catenacci, T-shirt ciucciate piene di buchi con sopra giubbotti raccattati chissà dove e capelli lasciati là senza criterio. Avevo diverse compagnie, ma la più influente era quella fricchettona degli Eterea, con cui avevamo cose molto più importanti da fare che curare il nostro aspetto, tipo suonare, ridere e skippiamo il resto. Gli altri amici discotecari, più attenti ai canoni estetici, avevano perso le speranze e permettevano al loro amico "artista" di seguirli nei club in calzoncini corti, canotta e camicia stropicciata. All’epoca potevo permettermi tutto questo, essendo un ragazzo dal fisico asciutto e privo di qualsiasi accenno di trippetta.


Non che ora sia pronto per una passerella di Armani, ma di sicuro mi occupo più del mio aspetto rispetto a una volta e – sì, lo ammetto – uso cremine e aggiusto i capelli più spesso di prima. Seguo anche uno stile di vita piuttosto sano e regolare (anche grazie alla mia life influencer Giulia Corallo), almeno finchè non vado in giro per lavoro o peggio non incontro qualche amico sbagliato, situazione rarissima dalla cadenza pressoché settimanale. 


La giovinezza è una forma di bellezza di per sé. I bambini se ci pensate sono quasi tutti stupendi. E adoriamo vedere gli adolescenti recitare, ballare e suonare, forse perché in loro non vediamo solo ciò che sono, ma ciò che potrebbero diventare. Perdoniamo molte cose ai giovani, talvolta anche l’essere brutti.


Perché sì, negli anni tutti diventiamo più brutti secondo gli attuali canoni occidentali. Possiamo fare mille discorsi sull’accettazione di sè, sulla bellezza di ogni età della vita e io sarei probabilmente d’accordo con voi. Ma alla nostra età, “farsi belli” per un evento spesso coincide col voler apparire più giovani. 


Questa settimana ho iniziato un laboratorio formativo in un liceo – lo stesso che mi aveva bocciato venticinque anni fa, tiè! – e mi ha fatto davvero strano essere lì, dall'altra parte della cattedra. Andando a riconsegnare il pass, i miei occhi hanno registrato tante caratteristiche di quella meravigliosa fauna scolastica. Probabilmente è una distorsione dovuta alla mia età e al mio percorso, ma ho l’impressione che i ragazzi di oggi siano piuttosto attenti all’estetica.


Noi vecchi, mentre ci giochiamo a carte la pensione nelle bettole, amiamo parlare di come i giovani, nel timore di apparire brutti sui social, siano schiavi di beauty routine, di mode del cazzo e – fatto gravissimo dal nostro punto di vista – della terribile piaga del salutismo. "Ai miei tempi tornavo a casa strisciando tutte le sere, dio bòn!" – e giù di amaro Averna.


Mi sa proprio che hanno ragione loro, maledetti giovinastri. E non solo sul salutismo. La scienza dice che la prima impressione di una persona si forma in pochi secondi e che poi ci vuole parecchio tempo per cambiarla. Visto che il cervello funziona così, perché non usare questo bias a nostro vantaggio, curando un po' il nostro aspetto e il nostro atteggiamento quando siamo in società? 


La lotta tra cultori dell’interiorità e devoti all’esteriorità, tra bibliotecari e palestrati, può essere mitigata pensando a famosi detti greci e latini imperniati su un concetto eterno: in un essere sano, entrambe le componenti sono fondamentali. 


Non so se e quando questa unità si sia spezzata, ma mi viene in mente che il termine inglese good significa sia bello che buono: good-looking significa attraente, anche se mi piace pensare che ci sia qualcosina in più. Suppongo che, guardando la disastrata famiglia Whitaker, subentri un meccanismo automatico di difesa, un allarme di prevenzione genetica: sono brutti, quindi hanno qualcosa che non va. Se estendiamo questo esempio alla nostra quotidianità, possiamo azzardare che, in una situazione di ipotetica parità riguardo ad altre caratteristiche importanti, sarà il meno sciatto e più attraente a prendersi lavoro, partner e applausi. 


Non amo questa dinamica, che ci spinge a performare in ambiti che, per quanto contino, restano in fin dei conti superficiali. Però, al tempo stesso, penso sia abbastanza inverosimile pensare che tutto ciò cambi solo perché lo vogliamo fortemente. 


Perciò facciamoci furbi e – per il futuro - riserviamoci una vita fatta di Averna e cremine

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Quel tizio si chiama Luigi Amerigo Dalle Carbonare, per i creditori Gigi Funcis | Multimedia Design.

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Che dite, perchè non facciamo tutti come cetrioli di mare?

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